Già a dieci anni le loro qualità sono evidenti. Le madri strillano ai bordi del campo. I talent-scout offrono consulenze. A quindici anni entrano in un collegio per giovani calciatori. Sopravvivono a una trafila di selezioni. Vedono gli altri ragazzi tornare a casa a capo chino. Sentendosi predestinati alla gloria, vanno a letto presto per sognare l’erba di San Siro o dell’Olimpico.

Mamma e papà telefonano incitandoli. Sono incoraggiati dai pochi amici rimasti dall’infanzia. Non bevono, non fumano. La loro dieta è controllata. Gli allenamenti sono massacranti. A diciassette, diciotto anni già giocano in serie C o vanno in panchina in B. Personaggi seriosi in pesanti cappotti scommettono sul loro futuro. Vengono comprati e venduti. Un miliardo quest’anno, cinque miliardi l’anno prossimo. Li sballottano su e giù per quanto è lungo lo Stivale, Treviso, Taranto, Palermo, Torino.

Ormai non conoscono più nessuno fuori dal mondo del calcio. Stentano a trovare argomenti di cui parlare con chiunque non sia un giocatore o un dirigente o un giornalista. O almeno un tifoso. Esiste qualcuno che non sia un tifoso di calcio? Sono allo stesso tempo inorgogliti per quello che hanno saputo fare e timorosi di sembrare stupidi. Hanno studiato poco. Non hanno fatto in tempo a costruirsi una socialità. Sempre monitorati, non hanno avuto modo di formarsi un carattere.

Prima di ogni partita gli preparano la borsa che contiene tre maglie con nome e numero ricamati sulla schiena, tre magliette della salute, tre paia di calzoncini, tre paia di calze, tre paia di scarpe, la tuta della squadra e la tenuta da trasferta completamente bianca, perché non si sa mai. Gli prenotano il viaggio, gli preparano i pasti, tutte le loro giornate si svolgono secondo un programma. Si allenano cinque giorni la settimana; un giorno, se sono fortunati, giocano, e ne hanno uno di libertà per leggere sui giornali come hanno giocato. Prima e dopo ogni seduta di allenamento vengono pesati. Sono informati del proprio peso forma ideale e devono mantenerlo.

Vietato fare sesso prima della partita. Se arrivano in ritardo all’allenamento, multa. Se il loro telefonino squilla mentre l’allenatore sta parlando, multa. Se non indossano la divisa sociale in viaggio con la squadra, multa. Anelando a un posto di titolare, che altro possono fare se non dirsi d’accordo con tutte le decisioni del mister? Che altro possono fare se non sforzarsi di esaudirne ogni desiderio? In campo, sprizzano orgoglio e sollievo; in panchina o in tribuna soffrono di ogni genere di angoscia. La paura degli infortuni li rende ipersensibili, ipocondriaci. Hanno un solletico alla caviglia, un formicolio al polso, un gonfiore al collo. Che cos’è? Il medico sociale li visita, il massaggiatore li rimette in sesto. Luminari di fama mondiale sono chiamati a eseguire i più banali interventi ortopedici.

Anelando a essere adorati, temono che la gente li avvicini soltanto per la loro fama. Guardano film porno in anonimi alberghi. Quando vincono sono venerati come dèi. In piedi a braccia alzate sotto la Curva, sono madidi di gloria, i loro volti risplendono. Le loro vesti si sono mutate in sacre reliquie. Nella folla tutti cercano di toccarli. Nella sconfitta gli sputano addosso. Ricevono bordate assordanti di fischi. Filano a testa bassa verso il tunnel. Vivendo soli, spesso si sposano giovani. Magari con la fidanzatina di sempre. O magari con una giovane fotomodella smarrita e vacua al pari di loro. Oppure, nell’autismo claustrofobico che domina questo mondo, si rivolgono per le pratiche sessuali ai compagni di squadra.

È un mondo di maschi, e di maschi giovani e belli. Se si svegliano in piena notte con l’emicrania, prima di prendere qualsiasi farmaco devono chiamare il medico sociale. Ci sono i controlli antidoping. Se hanno il naso tappato non si possono mettere le gocce. Non posso inalare il Vicks. Non possono pensare a nient’altro che alla partita. La prossima partita è decisiva. La prossima partita è sempre decisiva. La notte prima della partita sono troppo nervosi per dormire. La notte dopo la partita sono troppo agitati, troppo carichi. Sentono tutto il corpo dolorante. I muscoli sono gonfi, le articolazioni rigide. Non riescono a dormire.

Con sgomento, leggono che negli altri Paesi ci sono calciatori che sbevazzano e fumano e sfasciano ristoranti e aeroplani. Com’è possibile? Cosa direbbe la “Gazzetta”? L’Italia è un paese cattolico. Leggono che i calciatori inglesi nell’intervallo fra il primo e il secondo tempo seguono i risultati delle corse dei cavalli. Non ci possono credere. Impossibile. Come i guerrieri spartani, sono veramente se stessi solo sul campo di battaglia. Soltanto quando corrono attraverso il sottopassaggio nel grande campo verde possono dare sfogo all’eccitazione repressa. Solo lì possono dimostrare il loro genio. Solo davanti a un’enorme folla possono finalmente comportarsi male. Molto male. Afferrano i loro avversari per la maglia. Entrano con i tacchetti sulle loro gambe prima che arrivino sotto porta. Gli spettatori applaudono. Buttalo giù! Fingono di continuo di essere stati loro a subire il fallo. Cadono quando non sono stati neanche toccati. Negano le evidenze più palesi. Negano di avere toccato la palla quando tutti hanno visto che l’hanno toccata. Protestano che una palla non è uscita quando tutti hanno visto che è uscita. Quando sono in vantaggio lasciano lontano il pallone per perdere tempo. O lo afferrano e rifiutano di consegnarlo. Se subiscono un fallo, si dibattono a terra anche quando non sentono nessun dolore.

Sostituiti, attraversano il campo come tartarughe malgrado i fischi dei tifosi avversari. Sono contemporaneamente infantili e scafati, frignoni e impavidi. Quando segnano perdono ogni autocontrollo. Si strappano la maglietta, danno in escandescenze. Quando segnano gli avversari, stramazzano in terra costernati. Protestano energicamente. Prendono a calci i pali della porta. Dopo la partita telefonano alla mamma. Intervistati alla televisione, sono accorti e conformisti: abbiamo fatto del nostro meglio, congratulazioni agli avversari, occorre lavorare sodo per migliorare, dobbiamo rimanere umili. Il giorno dopo leggono i voti sui giornali. Verificano il loro ipotetico valore di mercato al Fantacalcio. Sarò ancora qui il prossimo anno? Giocherò, o mi sbatteranno in panchina? Privilegiati al di là di ogni dire, sono anche disperatamente indigenti. Manca loro ogni parvenza di una vita normale. Ma soprattutto guadagnano cifre spropositate.    

Tim Parks, Questa pazza fede

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