Riflettevo stamane che quasi da nessuno si parla più del Mussolini, neppure per imprecare contro di lui. La stessa voce che di tanto in tanto circola, che egli sia morto, comprova che è veramente morto nell’anima di tutti.

Anche a me di rado sale dal petto alcun impeto contro di lui al pensiero della rovina a cui ha portato l’Italia e della corruttela profonda che lascia in tutti i rami della vita pubblica: persino nell’esercito, persino nei carabinieri. Né per niun conto so risolvermi a scrivere della sua persona, non solo oggi, ma anche trasferendomi con l’immaginazione in un tempo più calmo e di ravvisate speranze. Ma pure rifletto talvolta che ben potrà darsi il caso, e anzi è da tenere per sicuro, che i miei colleghi in istoriografia (li conosco bene e conosco i loro cervelli (si metteranno a scoprire in quell’uomo tratti generosi e geniali, e addirittura imprenderanno di lui la difesa, la Rettung, la riabilitazione, come la chiamano, e fors’anche lo esalteranno.

Perciò mentalmente m’indirizzo a loro, quasi parlo con loro, colà, in quel futuro mondo che sarà il loro, per avvertirli che lascino stare, che resistano in questo caso alla seduzione delle tesi paradossali e ingegnose e «brillanti», perché l’uomo, nella sua realtà, era di corta intelligenza, correlativa alla sua radicale deficienza di sensibilità morale, ignorante, di quella ignoranza sostanziale che è nel non intendere e nel non conoscere gli elementari rapporti della vita umana e civile, incapace di autocritica al pari che di scrupoli e di coscienza, vanitosissimo, privo di ogni gusto in ogni sua parola e gesto, sempre tra il pacchiano e l’arrogante.

Ma egli, chiamato a rispondere del danno e dell’onta in cui ha gettato l’Italia, con le sue parole e la sua azione e con tutte le sue arti di sopraffazione e di corruzione, potrebbe rispondere agli italiani come quello sciagurato capopopolo di Firenze, di cui parla Giovanni Villani, rispose ai suoi compagni di esilio che gli rinfacciavano di averli condotti al disastro di Montaperti: «E voi, perché mi avete creduto?». Il problema che solo è degno d’indagine e di meditazione non riguarda la personalità di lui, che è nulla, ma la storia italiana ed europea, nella quale il corso delle idee e dei sentimenti ha messo capo alla fortuna di uomini siffatti.

Quando la radio tedesca annunziò la sua liberazione e il suo ritorno all’azione politica, rimasi indifferente, perché egli prese in me la figura di un fantoccio di pezza, che ha perduto la segatura della quale era imbottito, e pende e si ripiega floscio.

Benedetto Croce, Taccuini di guerra

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