Che cosa sarebbe il mondo, si chiede Eraclito, se non ci fosse la lotta? Un orrendo e solitario luogo di morte. “Non è forse la malattia che rende buona la salute? Non è forse la fame che gratifica la sazietà e il travaglio che rende così dolce il riposo?”

Il più strano, ma forse anche il più significativo, dei frammenti di Eraclito, dice: “Dell’arco invero il nome è vita e l’opera è morte”. Spiegazione: in greco le parole “arco” e “vita” si pronunziano entrambi bìos e la coincidenza non è del tutto casuale, giacché l’arco, quando è teso, malgrado l’apparente staticità, simboleggia la vita, cioè la contesa tra il legno che s’inarca e la corda che lo sottende, mentre invece la funzione a cui l’arco è destinato genera morte. Guai se uno degli elementi in lotta prende il sopravvento sul nemico: la vittoria coinciderebbe col suicidio del vincitore.

Se fosse vivo oggi (1982, ndr), Eraclito consiglierebbe alla Democrazia Cristiana di non indebolire mai il peso politico del suo avversario naturale, il PCI, in quanto che la fine di questo partito segnerebbe anche la contemporanea scomparsa dello scudo crociato.

Luciano De Crescenzo, Storia della filosofia greca. I Presocratici

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