Diceva Totò: “Io posso far ridere, ma se ho vicino a me uno che fa ridere più di me, anch’io faccio ridere di più”, e la massima non fu mai così vera come con Peppino.

Con Macario, personaggio angelico e stordito, Totò rischio un’eccessiva omogeneità in nome di una comune lunarità che tendeva a depotenziare i loro duetti; i caratteri di Vittorio De Sica e di Aldo Fabrizi, al contrario, giocavano su un altro meccanismo, quello della contrapposizione (anziché su quello della complicità), e l’azione comica con Totò si basava sul duello (anziché sul gioco del rilancio); gli altri, Mario Castellani, Giacomo Furia, Luigi Pavese, perfino Nino Taranto, furono semplici “spalle”, grandi, anzi grandissime, ma spalle.

Fra Totò e Peppino invece, a parte qualche momento, non succede mai che vi sia un rapporto di dipendenza. E se qualcuno avrebbe poi dichiarato che Peppino faceva da spalla a Totò fu solo per descrivere, con un eccesso di semplificazione, un legame che assunse anche i contorni di carnefice/vittima, che della coppia è solo l’aspetto più immediato.

Alberto Anile, Totò e Peppino, fratelli d’Italia

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